
IL VOLO CHE HO FATTO DOMANI
Mattina. Salgo da solo lungo il sentiero verso il decollo.
Nessuno degli amici è stato disponibile per quell’ora insolita alle pigre abitudini della domenica.
Ansimo sotto il peso della sacca, ma la fretta di raggiungere la vetta, un ampio prato, un “panettone”, liscio e libero da ogni ostacolo, centuplica le forze.
Mattina ... se le dieci, le undici, o mezzogiorno, si possono raccontare come mattina ... beh, per chi di notte ha altro da fare piuttosto che dormire, è mattina.
Avanti. Passo dopo passo, con la schiena indolenzita, il fiato corto, la fretta di arrivare ... ma quale fretta? Chi vola non dovrebbe mai avere fretta! Avanti. Il pezzo più duro è finito, finalmente. Mancano pochi minuti. Avanti ancora, conto i passi, sempre troppi.
Infine arrivo. Scarico la sacca sul prato con gesto di sollievo, di liberazione e poi m’attacco alla bottiglia dell’acqua per una lunga bevuta. Ansimo ancora, ma ormai sono arrivato.
La sete ed il respiro rapido pian piano smettono di tormentarmi ed asciugo il sudore come posso con la maglia umida che ho levato per indossarne una asciutta. Poi mi siedo sul prato, appoggio la schiena contro la sacca ed alzo il capo verso il sole, verso un cielo ancora limpido ed ancora senza nuvole, verso l’alto, dove andrò tra poco.
Guardo davanti il pendio erboso. Qualche collina più bassa sta oltre la montagna. Più oltre la grande pianura, immensa tanto che lo sguardo ne coglie a stento i confini, visibili verso sud a dispetto di una tenue foschia, dove altre montagne segnano un limite lontano e quasi irraggiungibile per chi ragiona dalla sella di un parapendio o dall’imbrago di un deltaplano. Appena qualche ora se il sedile è quello di un’auto.
Immensità. Aria fresca, soffice e lieve sale lungo le pendici ad accarezzare e piegare morbida l’erba del pendio, ad asciugare sul viso le ultime gocce di sudore. Aria instabile, che si scalda poco a poco sfiorando il suolo.
Aria da respirare. Aria.
Mi alzo e faccio qualche passo verso il basso. Mi fermo un attimo ad occhi socchiusi, volto proteso verso il cielo, e mi sento immerso in qualcosa di grandioso ed inspiegabile, in pace con il mondo intero che giace silenzioso sotto i miei piedi.
Allargo le braccia come ad abbracciare tutta la pianura ed i suoi mille paesi. Abbraccio le case e le pietre, abbraccio tutti, donne ed uomini, piccoli e vecchi. Abbraccio le loro vite e le sento scorrere con la mia dentro il corpo, nel sangue e nel respiro. Sento le loro anime, sento l’unione di mille e mille forze in una sola. Sento ... e sento ancora.
Respiro a lungo, lento ed intensamente, calmo e stupito davanti a questa mattinata radiosa e limpida, festosa e calda, davanti a questa giornata che vivo intensamente senza paura del domani, senza ombre del passato, come fosse l’unica della vita, la sola che debba vivere.
Ondeggio le braccia come ali, mani a dita spiegate alla brezza. Vorrei che altri fossero accanto a me. Vorrei che i pigri fossero svegli e presenti. Vorrei che in mille guardassero con i miei occhi, sentissero con il mio cuore, respirassero la stessa aria. Vorrei gli amici vicini e chi amo di più sognare con me un volo nel cielo pulito. Vorrei volassimo tutti insieme ed instancabili, alti, più alti ancora, fino a toccare le prime nuvole che vanno nel cielo, volare lontano, più lontano ancora, verso le montagne appena visibili oltre la pianura, verso quelle dopo, attraversare valli ed altre valli ancora, fino al pomeriggio, fino a sera. Vorrei volare insieme a tutti voi.
Sono belli i sogni. La realtà è che non ho toccato nessuna nuvola e neppure il limite della pianura, ne altre montagne e valli al di là dell’immenso spazio che stava sotto i miei piedi. Sono atterrato poco dopo dove ho trovato quelli che volevo accanto a me nel sogno.
Siamo pronti per un altro, lungo volo.
Più tardi passeremo la pianura, verso le montagne lontane. Voleremo su mille paesi, mille case e mille pietre.
Più tardi, o domani al massimo. Magari domani ancora.
Gustavo Vitali